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Violenza sulle donne. Tu m’hai lasciato la sofferenza e io ti ho tolto tutto!

25 novembre 2013 alle 16:11


La denuncia del femminicidio che domina la cronaca di questi giorni è sacrosanta, ma non basta se non si riesce ad incidere sulle sue cause profonde. Quando si affrontano i nella pratica clinica i casi concreti di violenza del sesso maschile sul femminile (ci sono ovviamente anche i casi opposti ma in essi la violenza è spesso più “simbolica” e non arriva all’omicidio), si vede che la crisi può cominciare quando una donna dice ad un uomo che non lo ama più e l’uomo sente di perdere tutto e di non poter più vivere, scoprendo nella sua donna: o un “altro diverso” perché è diventato un “nemico” che lo minaccia in tutto ciò a cui tiene di più; o in un “altro diverso” perché non ha più per lui i sentimenti che aveva prima. La violenza può svilupparsi a partire da qui in modo variabili e seguendo due direzioni:
1. L’uomo si sente umiliato, attribuisce alla donna la responsabilità di tutti suoi mali e può essere “logico” per lui concepire il desiderio di “eliminarla” per eliminare la minaccia di perdere tutto o per “punirla” per avergli fatto perdere tutto.
2. Il maschio si sente profondamente umiliato dalla femmina, viene invaso da una rabbia cieca e senza sapere quello che fa diventa violento e può uccidere.
In entrambi i casi la violenza può essere evitata o ridotta se si riesce ad interrompere positivamente il processo mentale che la produce. Quando qualcuno cambia e non ci ama più è un “altro diverso” che ci umilia, ci suscita rabbia e vorremmo colpirlo. Ma come facciamo a fermarci in tempo? Potremmo seguire Cristo e amare il nostro nemico (perché Dio ha creato il mondo anche per lui), o pregare Dio di perdonare coloro che fanno il male senza sapere quello che fanno (l’amore è finito e non si sa perché). Ma è psicologicamente impossibile se non si smette di giudicare l’altro in base al male che ci fa e non si comincia a giudicarlo in base al male che possiamo fargli noi. È vero, chi rifiuta il tuo amore ti violenta e umilia, ma se ti arrabbi potresti fargli una violenza peggiore, potresti ucciderlo e diventare tu il più violento. Insomma bisognerebbe insegnare ai bambini non a “ridargliele” a chi li picchia, ma a temere il male peggiore che si potrebbe fare ridandogliele. Solo in tal modo ognuno sarebbe il “custode di suo fratello” anche quando fa del male: perché il rischio è sempre di fargliene uno maggiore!
Psicologicamente potrebbe funzionare perché non ci sarebbe bisogno di eliminare il desiderio di uccidere chi non ci ama più, anzi questo desiderio diventerebbe proprio il modo per ripristinare l’orgoglio ferito: rifiutando il mio amore mi hai umiliato, ma io so che potrei violentarti e ucciderti, potrei farti più male di quello che mi fai e invece di sentirmi umiliato mi sento “superiore” a te, generoso e in grado di perdonarti.
In conclusione, è perché c’è sempre il rischio di fare una violenza maggiore di quella che abbiamo subito che la violenza non è mai giusta anche quando è la risposta ad un’altra violenza! Tu non mi ami più e non potrò più vivere, allora io ti violento e ti tolgo la vita, ma così sono io alla fine il violento: tu m’hai lasciato qualcosa (la sofferenza) io ti ho tolto tutto! E cosa abbiamo concluso? Abbiamo perso entrambi, e per vincere entrambi dobbiamo riconoscere la nostra comune vulnerabilità che ci fa essere interdipendenti anche nel rifiuto: solo così la mia sofferenza per essere stato rifiutato produce il bene della salvezza della tua vita, il male che mi hai fatto per andartene produce la libertà dei tuoi sentimenti.

Francesco Campione (Corriere della Sera, 27 novembre 2012)


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