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Un cucciolo in ospedale ed è come tornare a casa

5 febbraio 2014 alle 19:04



Il 12 dicembre scorso il Corriere di Bologna ha dato una notizia interessante: "L’Emilia Romagna si prepara a essere la prima Regione a dettare le norme per fare entrare cani e gatti in ospedale”.  E’ una buona occasione per parlare della funzione che possono avere gli animali domestici nell’affrontare le crisi della  malattia. Essere ricoverati in un ospedale per una malattia cronica, a parte la sofferenza e la paura di non guarire, può  farci sentire “ospiti” più o meno graditi (a seconda del tipo di accoglienza e di assistenza che riceviamo) in un posto che non sentiamo come casa nostra, con la conseguenza che rischiamo di andare in crisi. Sentirsi a casa in un posto significa infatti che la casa è una specie di “zona franca” di cui si controllano porte e finestre in modo da vedere fuori senza essere visti dentro. Mentre l’ospedale è spesso un luogo in cui le finestre vengono aperte da altri ad orari indipendenti dai nostri bisogni e in cui si entra, talvolta senza bussare, per le esigenze dell’assistenza che non sempre coincidono con quelle dei malati. Dove si prova a personalizzare e ad umanizzare l’assistenza sanitaria ci cerca ovviamente di rendere l’ospedale più simile possibile ad una casa, riproducendone e  rispettandone le condizioni. Negli Hospice (di Bentivoglio, di Casalecchio e del Bellaria), ad esempio, le stanze di degenza sono stanze singole fornite di un  bagno dedicato e con  due letti, dove il degente può ospitare, come in casa sua, un parente o un amico per assisterlo. Inoltre gli operatori quando devono entrare bussano alla porta rispettando la privacy, e dopo essere entrati “contrattano” con i pazienti sui tempi di esecuzione delle operazioni assistenziali. Ma talvolta tutto ciò non basta a personalizzare e ad umanizzare l’assistenza, perché alla persona ricoverata manca qualcosa della sua vita reale senza la quale continuerà a non sentirsi a casa sua. Si può trattare di un soprammobile, di un porta fortuna, di un simbolo religioso, di una sedia, di un quadro o di un animale domestico. “Quando mi sveglio e vedo il mio cane accanto al letto, mi sento me stessa, più forte, quasi protetta come quando sono a casa”, ha detto una paziente. Un altro paziente ha dichiarato: "Da quando posso accarezzare il mio gatto mi sento meno angosciata. Forse perché si fa accarezzare e fa le fusa come sempre, come se nel suo padrone non fosse cambiato niente con la malattia”. C’è addirittura chi sostiene che gli animali comunicano e percepiscono qualcosa di essenziale impossibile agli umani, ed è per questo che la loro presenza ha un effetto rasserenante rendendo più “naturali” anche gli eventi negativi della malattia come la sofferenza e la paura della morte. C’è ovviamente anche chi non gradisce la presenza di animali  quando è ricoverato, ma si tratta di chi anche nella vita normale li lascia fuori di casa perché si sente più a casa sua quando non ci sono animali. Ecco perché in un luogo di degenza ci deve essere posto sia per chi ha bisogno degli animali per sentirsi a casa sia per gli altri, cercando di conciliare i bisogni e i desideri di tutti. E infine bisogna accertarsi che  anche gli animali stiano bene nei luoghi di degenza.


Francesco Campione (Corriere della Sera, 23 dicembre 2013)


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